Santa Sofia D’Epiro

Fonte: http://www.riservetarsiacrati.it

E’ il primo itinerario presilano del versante destro della bassa valle del Crati. L’origine del paese è antichissima, precedente alla venuta degli albanesi che ripopolarono la zona alla fine del secolo XV. Sarebbe stata fondata nel lontano 896 durante le incursioni in Calabria dei Greci, alleati con i Saraceni. Il paese appartenente al principe di Bisignano e poi ai Vezze, nel 1576 passò ai Milizia. Tra i personaggi illustri ricordiamo: Pasquale Baffi (1747-1800), grecista, paleografo, umanista di fama europea; Angelo Masci, giurista e consigliere di Stato nel 1820, autore del celebre “Discorso sull’origine, i costumi e lo stato attuale degli Albanesi nel Regno di Napoli”; Francesco Bugliari (1742-1806), vescovo.

Tradizioni Popolari

Il 2 maggio si festeggia S.Atanasio, patrono del paese. Per annunciare la festa si procede al lancio in aria di un grande pallone (Palluni i Shën Thanasit). La vigilia della festa è caratterizzata da una spettacolare fiaccolata (pisheza) lungo la strada della campagna circostante e dove si trova la cappella del Santo. Per annunciare la nascita del Gesù, sul sagrato della chiesa, la notte di Natale si accende un grande falò. Ancora oggi si conserva il rito bizantino-greco, che caratterizza le manifestazioni liturgiche esterne (celebrazione della messa, dei sacramenti). Sopravvivono anche gli splendidi costumi tradizionali che le donne indossano in particolari occasioni.

Tratto da “STOUDION”, bollettino delle chiese di rito Bizantino, di Papàs Giovanni Masci

S. Sofia D’epiro

Quell’uomo straordinario che fu Giorgio Cistriota Scanderbeg, chiamato dal Pontefice Calisto III e da Pio II che lo accolse trionfalmente a Roma, antemurale del cristianesimo il più forte atleta di Gesù Cristo, non circoscrisse le sue eroiche gesta con i confini angusti della sua patria dove, sotto lo sguardo stupefatto dell’ intera Europa, condusse contro i Turchi la più aspra delle guerre, infliggendo a loro ben ven­tidue sconfitte e salvando da sicura profanazione la Croce di Cristo, ma offrì il suo braccio anche in difesa del Reame di Napoli.
Ferdinando I, che soleva chiamarlo Padre, fu da lui soccorso quando nel 1459, volendo con leggi restrittive temperare le attribuzioni baronali,Giovanni Duca D’Angiò, spalleggiato dalla fellonia del Principe di Ta­ranto e di altri prepotenti baronetti,, con un forte esercito tentò detronizzarlo, contro i consigli del Pontefice che cercava di persuaderlo a desi­stere dall’ impresa.
Scanderbeg, benché urgesse la sua presenza in patria per tenere in sacco il nemico, sempre pronto a violar la tregua per tentare col tradimento quanto non poteva col valore, corse in suo aiuto e con un esercito di 8oo scelti cavalieri e mille fanti allenati alle più dure prove,ignari delle sconfitte, salpò da Durazzo sopra una flottiglia di galee italiane e raggiunse approdando alle falde del monte Gargano consacrato dall’apparizione dell’Arcangelo S. Michele. Ma informato dai corrieri mandati in ricognizione che il nemico era lontano, risalì sui bastimenti facendo vela per Bari. Il solo nome di Scanderbeg, terrore dei Turchi, suonava vittoria:bastò perciò l’apparizione dei vascelli ausiliari per incutere terrore al conte Giacomo Piccinino, il più animoso capitano di quella epoca al servizio del Duca D’Angiò, che con; le truppe degli insorti, dopo l’inutile assalto,stringeva d’assedio la piazza di Barletta in cui si difendeva il re Ferdi­nando dopo le patite sconfitte. Gli assedianti si ritirarono precipitosamente sugli altipiani del territorio di Andria e il re fu salvo. Scanderbeg allora seguitò a tenere in soggezione il Principe di Taranto e a sloggiare e combattere gli Angioini. Non venne però a decisa battaglia col Picci­nino, giacchè gli Albanesi appoggiati alle fortezze e gli Angioini ai monti, questi decisi a resistere, quelli animosi nell’assaltare, gli uni attendevano che gli atri battessero ritirata o scendessero a battaglia campale. Ma ciò non avvenne e il Piccinino, dopo varie e ingegnose evoluzioni dei due eserciti che tentavano di circondarsi a vicenda, si ritirò congiungendosi agli Angioini. La campagna benché priva di splendidi fatti d’arme che avessero potuto illustrare i due capitani, liberò il re dall’assedio, stornò i soccorsi del principe di Taranto e preparò la grande vittoria che Ferdinando sotto Troja riportò il 18 agosto 1462. Sempre viva restò la memoria di questi segnalati benefici resi al trono nella mente dei sovrani di Napoli che accolsero e onorarono con franchigie e distinzioni onorifiche gli Albanesi nelle varie epoche della loro venuta nel Regno delle due Sicilie.
Tornato Scanderbeg in patria, una catastrofe inattesa e funesta col­piva l’Albania. L’ invitto campione della cristianità, il terrore dei Turchi, mentre si recava ad Alessio per riorganizzare il paese, sorpreso da febbre ardente, moriva il 17 marzo 1467.
Sulle sue ossa, che i Turchi trassero dall’avello distribuendole a frusti come talismani, si piegò dolente tutta l’ Albania, sicura che se l’appari­zione di, quell’astro brillante nel suo cielo aveva segnato l’ inizio di una storia di glorie, il suo tramonto segnava quello di una funesta Iliade. Il lutto nazionale a cui tutti gli Albanesi parteciparono fu memorando e degno della grandezza della sventura.
Caduto il baluardo della patria, i Turchi ebbe ben presto ragione delle sparute forze albanesi ed occupata Croia, difesa con disperato eroismo dai pochi presidiari, portarono lo sterminio ovunque(1478)
A misura che l’Albania, dopo la morte di Scanderbeg e dopo la caduta di Croia divenne preda dell’ingordo Ottomano, gli ultimi avanzi di quella generazione di eroi skipetari, a gruppi, a tribù, specialmente quelli delle contrade dell’Epiro, dove più difficile che nei monti dell’alta Albania era la difesa contro gli invasori,fuggirono i loro nidi profanati dalla mezza luna, cercando un asilo nelle sponde ospitali della vicina Italia per non assistere allo scempio della loro patria e per non far iattura del Patrimonio sacro della loro fede cristiana. Fondarono allora moltissime colonie. Una di queste è S. Sofia chiamata nel 1863 S. Sofia d’Epiro per distinguerla da 5. Sofia di Firenze e da quella di Forlì.
La fondazione però di questo villaggio è molto anteriore alla venuta degli Albanesi.
La vasta costiera di contrafforti silani che a nord-est di Bisognano,con pendio lento scende fino al Crati, fu un dì divisa da cinque borgate: S. Sofia Terra, Pedelati, Appio, S. Benedetto e Muisti, infeudate ai vescovi di Bisignano da Celestino III con Bolla del 1192 e dal Re di Napoli Tancredi IV . L’origine di S. Sofia Terra si deve ricercare, dato il suo nome greco e greco-cristiano, verso l’ anno 896 quando i Greci, col1egatisi con i Saraceni, irruppero nei confini del principato longobardo di Salerno in Calabria ed occuparono Cosenza, Bisignano, Latiniano, Rossano sino a Potenza.
Un piccolo distaccamento di soldati, fermatosi sulle boscose colline di Bisognano, avrebbe dato originead un aggregato di capanne e di casette, dando il nome di S. Sofia alla borgata. I suoi abitanti professarono quindi il rito bizantino dalla fondazione fino all’anno 976 come tutta la diocesi di Bisognano. Il villaggio aveva raggiunto nel 1267, ai tempi di Carlo I D’Angiò, il numero di 50 fuochi e la popolazione era sempre in aumento quando la peste nera che infierì in Calabria nella metà del secolo successivo lo rese completamente deserto insieme agli altri quattro villaggi limitrofi. Fu per questo motivo che nel 1472 il vescovo di Bisognano, Giovanni Bisognano, nobile di Cosenza, desiderando coloni per le sue terre rimeste in un desolato abbandono, pensò di chiamare un gruppo di profughi epiroti che si era fermato nel rossanese.
Gli Albanesi accettarono l’ invito e giunti sulle alture, di concordia con i figli dei pochi so­pravvissuti all’orrendo flagello, si posero a costruire nella parte superiore dei ruderi dellavecchia S. Sofia, sparsi nei campi dove ora si estende il cimitero. Da allora i Vescovi di Bisignano godettero dei diritti feudali sugli Albanesi e ne conservano tuttora il titolo di . I Sofioti capitolarono col Vescovo Mons. Petrucci nel 1586, con Mons. Sebastiani nel1611 e col principe di Bisignano, che su quei luoghi esercitava anche la sua giurisdizione, nel 1530. Al principio dello scorso secolo però il Comune di S. Sofia impugnò la infeudazione come fatta da Tancredi, principe illegittimo: la lite lunga e dispendiosa venne chiusa nel 1827 da{ pio Vescovo Felice Greco che cedette in enfiteusi ai Sofiati il territorio detto Ischie per il pagamento di un annuo canone di L. 318,73.
Gli altri quattro villaggi distrutti fecero parte dell’agro di S. Sofia. Di Pedelati che sorgeva nel piano dove ha luogo l’annua fiera di S.Veneranda il 26 luglio resta ancora in piedi la Cappella dedicata alla Ver­gine e Martire S. Veneranda che per lungo volger di anni ruinosa fu riattata da Luca Becci nel 1794, quando da Mons. Verano Lorenzo gli venne concesso il diritto di patronato sul santuario.
Si conservano ancora i pilastri delle pareti in muratura dai bei capi­telli in stile corinzio e il quadro della Santa di antica data, ma ritoccato a più riprese.
Del villaggio Musti (lo Musti, li Musti), cosi denominato per i vasti ed ottimi vigneti che coltivava e che nel 1267 contava 120 famiglie, non resta che il nome dato ora alla contrada ove la borgata sorgeva, le della chiesa e qualche cimelio che affiora durante il dissodamento dei campi.

Di S. Benedetto, borgata un dì popolata di 120 famiglie e di Appio si conosce soltanto il luogo dove sorgevano.
Della vecchia S. Sofia resta in piedi soltanto la Chiesa suburbana edi­ficata dalla colonia ellenica. Chiesa antichissima nelle sue origini, a cui gli Albanesi, volendola allargare, aggiunsero una seconda navata a man destra, non permettendo il rapido declivo di aggiungere una terza dal lato opposto.
La chiesa,costruita con l’altare rivolto ad oriente, venne più volte restaurata nel corso del tempo conservando ben poco dell’ antico se si esclude il campanello che non cessa dopo tanti secoli di chiamare col suo scemato clangore i devoti borghigiani alla preghiera. Giusta un’antica tradizione la chiesa edificata dalla prima. colonia greca, era dedicata alla Sapienza Divina (in greco: Sofia) e gli Albanesi restau­randola la intitolarono a S. Sofia madre delle tre Vergini e Martiri Fede, Speranza e Carità. i
Si ammira sull’altare maggiore il quadro della Santa e una statua in legno eseguita nel 1783 da Agostino Pierri di Lagonegro.

Topografia ed aspetto del paese

S. Sofia si distende su un’amena spianata della vasta costiera dei contrafforti silani che, tra poggi e valloncelli, scendono digradando fino alle rive del Crati. Dista 47 Km dal capoluogo di provincia Cosenza. All’altezza di 560 m sul livello del mare, gode un clima dolce e sereno e da essa la vista spazia per prospetti ricchi ed estesi. A nord la vasta scena lontana dell’Appen­nino, che sul confine della provincia, formando la catena del Dolcedorme dalle molte vette nevose, ai cui piedi giace Castrovillari, si divide in due ramil’uno che volge verso lo Ionio terminando nel monte di Cerchiara e l’altro che si dirige ad occidente verso il Tirreno, dopo aver formato la cima della Mula.
Tra quelle negre foreste di faggi e di castagni, che seguendo l’ossa­tura delle montagne si prolungano sin sulle cime di esse diradate a balze e rupi inaccessibili, scorgete di mattino, quando i sorgenti raggi inargentano quelle coste solatie, ben 28 villaggi.
Se poi dai monti lo sguardo, stanco di mirare quelle meraviglie, discende giù nella valle, scorge tra il nereggiare dei folti ontani, delle tamerici e dei lecci il lucido serpeggiamento del Crati che lento và.

Ad est un ampio arco cerulo del mar Ionio. E’ coronata da un incanto di querceti boscosi e di castagneti. Il suo territorio vastissimo è solcato da due torrenti, il Galatrella che ha come affluente il torrente del Duca, e il Vote, che incanalati lungo le colline con le loro acque dati vita a giardini, ortalizi ed agrumeti. Ricca di sorgenti limpidissime di acqua potabile, tra cui primeggia l’incantata sorgente di Moroito alle radici di un bosco di quercioli. Vi ha anche una vena, poco sfruttata, di acqua ferrugginosa.
La terra, dimagrita un dì dall’abbandono, era diventata cespugliosa e boscosa: gli Albanesi la dissodarono, rendendole la primiera feracità. Durante l’episcopato di Mons. Lorenzo Varano (1792-1818) che molti favori fece ai sudditi di S. Sofia, ricevettero per la prima volta il permesso di fare delle piantagioni, permesso concesso nel 1795 a Baffa Do­menico, a cui egli stesso procurò i piantoni d’ulivo perché di migliore qualità. Da allora il territorio, adatto a qualsiasi coltura è diventato oltremodo ubertoso, specie verso il Crati. In esso allignano i gelsi che giovano all’ industria della seta, i castagni e le querce che formano foreste, l’ulivo, sempre verde e chio­mate, che allieta le nostre colline e dà olio leggero di montagna, i fichi che danno frutti squisiti, le vigne che danno i vini migliori della contrada. Abbondanti sono tutte le specie di frutta estive. Nelle pianure vi ha grandi estensioni di terreni da pascolo. Su per le colline si incontrano di tanto in tanto bianche casine.Il vasto borgo è pur esso cosparso di giardini che nella stagione rendono ameno ai forestieri il soggiorno a S. Sofia.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>